Recensioni de La Pergamena delle Mutazioni
(Edizioni del Leone, 2002)

Editoriale in quarta di copertina, ottobre 2002

di Paolo Ruffilli

Nella poesia di Renzo Cremona c'è una costante ricorrente, che è anche la cifra inconfondibile di ogni sua raccolta: un'interferenza continua del pensiero sull'immagine, che si traduce formalmente nell'andamento piano, nel tono discorsivo dentro l'intenzione lirica. E si potrebbe dire, in altre parole, che c'è un'attitudine in Cremona a tradurre il dato filosofico-riflessivo in immagine poetica. Così anche in La pergamena delle mutazioni, dove la vena riflessiva e quella filosofica della poesia di Cremona determinano un tessuto poetico che, oltre le immagini di cui è fatto minutamente, fonda il proprio retroterra di idee che generano parole. E la pregiudiziale di pensiero si fa, in maniera attiva, sostanza di poesia. Tutto avviene, ancor più che per il passato, in una sorta di "diario" delle pagine privilegiate, trascelte a comporre (e a verificare, a interrogare, a mettere sotto processo) il senso di una vicenda e di una vita. Tema centrale è, a ben guardare, la morte (anche come tenebra e notte): termine ineludibile del confronto, enigma esistenziale, l'altra faccia della medaglia, vuoto di assenza in cui precipitano errore e disguido, ma in cui si scioglie anche il doppio senso della vita.

hellenismos.com

"Le poesie "greche" di Renzo Cremona"

di Mauro Giachetti

Il volo di Icaro.

A sera siedo qui.
Osservo il cielo e disegno
le nuvole
stanchi rigonfiamenti d'aria.
Le mie mani ricolme d'argento.
Cerco un modo per raggiungere il sole, ma
la distanza è incolmabile.
Volo d'Icaro,
turbinio di polvere d'oro.

Fin dal mio primo incontro con le liriche di Renzo Cremona, sono stato colpito sia dall'afflato entusiasta - nel vero significato etimologico del termine! - con cui egli riesce a lambire le corde della nostra sensibilità, che dalla sua tensione tutta volta a voler ridurre a metafore universali le sue esperienze per donarcele in forma di versi. E sono stato piacevolmente turbato nel ravvisare in gran parte di questa poesia - soprattutto quella costituita da liriche brevi e epigrammatiche - numerosi riecheggiamenti risolutamente alessandrini, kavafiani. Ma anche affinità penniane:

breve discorso sulle differenze.

diverso
mi vollero.
per timore di essere


uguali.

e riverberi scritturistici dal Cantico dei cantici:

lo schiavo bianco.

bello
come il sole sei,
amante mio,
come le rocce di un promontorio scosceso, come
una pianta che cresce aspra nel deserto
in una sete incontenibile
di
luce.

Non conosco personalmente Cremona, e ho solo scarne notizie circa la sua biografia. Ma dopo aver letto le sue liriche posso affermare che in un determinato momento della sua esistenza egli ha deciso di affrancare se stesso e la sua arte dagli elementi scontati e dai logori luoghi comuni, e ha trasfigurato il mondo - rassicurante o inquietante - in cui si aggirava, in un turbinio di polvere d'oro, in espansioni d'estasi dove i confini non sono più riconoscibili. Le sue parole, caratterizzate da una umiltà nuda e prudente, riescono sempre a rivelarci realtà semicelate e misteriose in cui palpita l'evento di cui, senza la mediazione del poeta, noi non ci accorgeremmo.
Decisamente invaso dal suo daímon, Cremona è riuscito a scoprire se stesso e a trasfondere a goccia a goccia la sua vita nella sua opera. Perché solo quando il poeta viene invaso dal suo daímon può trascendere le vicissitudini personali e mutarle in poesia dai significati simbolici universali.
L'opera poetica di Cremona è fatta di distanze incolmabili ed è gremita di bagliori provenienti dai limiti supremi. In questa dimensione può capitare d'intravedere il mistero dell'anima sul confine definito da un tralcio di rugiada, oppure di udire il mormorio d'un'argentea fontana, trafitto da un raggio di sole. A mano a mano che entriamo sempre più all'interno di questo cosmo poetico, può anche accadere che, tra barbagli d'ombra, c'investa un effluvio di salso e che - esperienza agghiacciante! -, granelli della sabbia di tutta la vita trascorsa penetrino nei nostri occhi e ci riempiano la bocca.
Ben presto ho notato che tra i fili conduttori, o meglio, tra le tematiche che caratterizzano questa poesia, ve n'è una che predomina decisamente sulle altre e che Cremona deve amare in modo particolare: la mitologia greca e il mondo greco, con una particolare attenzione a Bisanzio. Infatti da Il volo di Icaro, la lirica che dà l'avvio alla sua prima silloge (Foreste Sensoriali, 1993), a Ecuba, la poesia che chiude la sua ultima raccolta (La pergamena delle mutazioni, 2002), assistiamo a un susseguirsi sempre più incalzante di personaggi e luoghi della mitologia greca, a cui si frappongono qua e là sprazzi che ci prospettano inattese visioni di Bisanzio e vicende della sua storia. Le liriche intitolate In un monastero bizantino e Bisanzio sono state per me una folgorazione! Pur essendo senza alcun dubbio autenticamente sue, le ho messe subito in relazione con le poesie bizantine di Yeats, delle quali mi sono sembrate un proseguimento onirico (e dissimile, certo, ma) naturale e organico. Leggiamole.

In un monastero bizantino.

Quasi naufragando tra poco arriva il nuovo giorno.
Come nella foschia
antichi villaggi fiamminghi
dispersi
nella campagna
tornano a visitare i miei orizzonti prima dell'alba.
L'autunno è alle porte,
lo sento
dal ricordo che si è fatto più acuto, dalla tua
immagine
che torna a trovarmi come un tempo.
E nel mio sogno vedo
orme
di viaggiatori medievali
in cammino verso le frontiere del sole,
nell'allucinazione indistinta del dormiveglia
intravedo
forse
me stesso
tra le righe di un manoscritto
in mezzo all'inchiostro delle mani e nella follia dei
miei giorni
navigare alla deriva
nelle geografie dell'estasi.

Bisanzio.

In uno stato di delirio per nulla apparente
mi alzo
la notte
in cerca della memoria che si sta perdendo. E la sento,
è un'eco che perde forza 
mano a mano che percorro le pareti e
disincaglio le dita dalle ragnatele dei ricordi,
mentre scruto carte
e diari di bordo
per trovare una rotta qualsiasi in una geografia appannata.
Quasi sempre è un corridoio,
e succede di vedere
la luce di un televisore acceso altrove
che illumina immagini di qualcosa che io non sono più,
in una stanza che non riesco a raggiungere, per quanto
continui a camminare,
dove si pronunciano parole
che io
non 
conosco.

Ho attinte queste due liriche alla raccolta Lettere dal mattatoio (2002), ma nella tematica bizantina di Cremona vi è un mirabile antefatto, una poesia inedita del 1991, La caduta di Bisanzio, che, tra l'altro, sposta indietro di almeno una decina di anni l'interesse del poeta per la Seconda Roma. In questi versi scarni è magistralmente delineata con poche parole dal tono oracolare, l'atmosfera che doveva gravare effettivamente su Costantinopoli, quella notte suprema del 29 maggio 1453, soprattutto in Santa Sofia, dopo che i cristiani, greci e latini insieme, vi celebrarono la loro ultima funzione religiosa:

Cattedrali mute.

Orde
di
incubi
oscuri.

L'ultima silloge di Cremona, La pergamena delle mutazioni, è suddivisa in quattro parti: Le braci, La pergamena delle mutazioni, Esperienze di pre-coma: storia di Ofelia e Coma profondo. Quest'ultima sezione è tutto un susseguirsi di liriche ognuna delle quali è un monologo drammatico, spesso venato di ironia, espresso in prima persona, e che il poeta mette sulle labbra di alcuni personaggi della mitologia greca: Cerbero, Persefone, Tiresia, Atena, Crisotemi, Orfeo, Euridice, Aracne, Clitemnestra, Cassandra, Achille, Penelope, Ecuba.
Le narrazioni proferite dalle figure di questo colto catalogo sono episodi, aneddoti, narrazioni rivelatrici (e ci piacerebbe sapere fino a qual punto autobiografiche), che intrecciandosi con taluni personaggi del mito creano nuove vicissitudini legate a loro - Orfeo ed Euridice, ad esempio, Penelope e Atena, Clitemnestra e Agamennone - che costituiscono vere e proprie esaltazioni della kosmoqewriva poetica di Cremona quale yuch; kovsmou.
Eccellente rinnovatore di antichi modelli mitologici, Cremona crea narrazioni poetiche sulla falsariga degli antichi miti che egli modernizza e trasfigura attraverso le sue sensazioni personali, sì, ma che al di là della sua interpretazione soggettiva, continuano a svolgere la funzione precipua dei miti, come porre le cose sconosciute in rapporto con quelle conosciute o di rimettere un lontano passato mitologico in contatto con il presente e, quindi, con noi.
Dal momento che la familiarità con la maggior parte dei miti è data per scontata, il poeta si prende la libertà di introdursi in un racconto senza giustificazioni o preamboli, e appone sin dal principio la propria impronta su un mito già noto. Purché egli si attenga ai tratti fondamentali di un determinato mito, gli è permesso di fare del resto di esso quasi tutto quello che desidera, come creare una interpretazione sua, inserire nuove vicende e nuove figure, mettere gli antichi personaggi del mito in nuove relazioni e perfino portare a compimento l'episodio con un epilogo inatteso, facendo collimare concetti di importanza universale con aspetti più quotidiani della vita, trascendendo l'evento, l'episodio, l'eterogeneità dei tempi. I miti greci furono e continuano ad essere mezzi estremamente efficaci a tale scopo. Vediamo ora l'interpretazione cremoniana del mito odissiaco.

penelope.

giunse un giorno atena e così mi parlò:
'di questa tela che tessi vedi i cammini:
se guardi bene
ti accorgerai
che stai costruendo la strada della tua vita'.

la dea non mente:
guardo, infatti, e intravedo i primi passi di mio figlio,
ne riconosco il padre in un cavallo di legno,
vi leggo mappe tracciate e lunghi percorsi.
anche scogli, vedo, e un ritorno attardato al crepuscolo.
ne sono felice,
dopotutto gli dèi con me sono stati benigni.


fin qui la trama.

ma i conti non tornano, perché,
se osservo l'ordito, ecco che
sotto le mie dita si disegnano
telemaco divelto dall'aratro,
odisseo fuggito per il rimorso,
case che crollano e voci
che si affollano nella notte.
e non sono ancora arrivata a metà che già
vedo una mano scivolare bianca
alla lettiga di una sala operatoria.


così mi fermo.
non oso risalire l'avambraccio e vederne il volto.


ecco perché da allora trascorro notti inesausta
cercando di capire quale destino io debba leggere,
quale sia il filo da bruciare,
in che direzione i miei piedi possano procedere.


ecco perché da secoli
continuo a
tessere e disfare
la tela.

La lettura di Cremona ha corroborato alquanto il mio antico convincimento secondo cui le vite dei veri poeti, anche molto distanti nel tempo e nello spazio, sono parallele come quelle di Plutarco, se non di più. Ho letto le sue liriche e ne sono rimasto affascinato. Un motivo in più, quindi, per riconoscere a questo giovane cantore il pieno diritto di dimorare, kavafianamente, "nell'Eccelso Mondo di Poesia" (C. Kavafis, Passaggio, 1917), e di essere accolto unicamente per quello che è. D'altra parte la autenticità di un poeta è una sola e irripetibile, scaturisce dal tempo di cui è fatta l'esistenza della sua vita, quel tempo della cui validità egli costituisce l'elemento più significativo e, poiché con la poesia ha trasceso la vita, ne costituisce anche l'elemento più prezioso.

Mauro Giachetti
Firenze, 16 novembre 2002 d. C.

BIBLIOGRAFIA

MAURICE BOWRA, Mito e modernità della letteratura greca, Milano 1968
MAURICE BOWRA, L'esperienza greca, Milano 1973
CARL G. JUNG, La simbolica dello spirito, Torino 1975
JAMES HILLMAN, Saggio su Pan, Milano 1977

NdR: Articolo originariamente contenuto in
http://www.webitaly.com/hellenismos

radioRAI, dicembre 2002
"Cremona, La pergamena delle mutazioni"

di Carmelo Depetro

La nuova raccolta di poesie di RENZO CREMONA, LA PERGAMENA DELLE MUTAZIONI, pubblicata da EDIZIONI DEL LEONE di Venezia (2002, pp. 76), è sostanzialmente un canto continuo d'amore [...]. Quello di Cremona nelle prime due sezioni, Le braci e La pergamena delle mutazioni, è un amore come possesso materiale e spirituale, come vita intensa e reale, che assume concretezza piena nella realizzazione dei sensi, "e ho come la sensazione / di sentire pronunciare il tuo sangue / nelle mie vene" (p. 22), ed ancora "sono pesci luminosi le mie mani / che nella notte / approdano al tuo corpo".
L'ultima sezione, Coma profondo, rievoca episodi del mondo classico attraverso personaggi che appartengono ormai agli archetipi tradizionali della nostra cultura occidentale. Il mondo degli inferi viene rievocato attraverso i vari personaggi (Cerbero, Persefone, Orfeo, Achille, Ecuba etc.), in relazione al fatto che il peso delle loro caratteristiche incide nella memoria primigenia. Alla loro base c'è il senso della morte come precarietà dell'esistenza.
La brevità dei versi e la scioltezza discorsiva conferiscono al libretto una leggerezza costante ed inconfondibile.

Punto di Vista, Nr. 35 (gennaio-marzo 2003)
"Renzo Cremona, La Pergamena delle Mutazioni"

di Luciano Nanni

Poesia. Un prolungamento nel corpo l'idea amorosa e l'atto sviluppato come utopia in cui credere, ma il fascino è avvertibile anche in superficie se "la rete magica di parole" (p. 27) costituisce il necessario approdo: il tal caso il sesso diviene labirintico e la conoscenza dell'io rimane incompiuta. La poesia però procede ugualmente nella sua traccia linguistica fitta di simboli, creazione originaria o desiderio di un'improbabile totalità cognitiva che stimola la rivisitazione "mitologica" del segno nel significato più profondo.

Corriere del Veneto (Corriere della Sera), 04.03.2003
"Le 'Lettere' di Cremona premiate a Napoli"

di Giorgia Iazzetta

CHIOGGIA - La raccolta di poesie Lettere dal mattatoio ha conquistato il Premio speciale della giuria alla XI edizione del premio internazionale di poesia e letteratura "Nuove Lettere", indetto dall'Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Renzo Cremona, ricordando i nomi della giuria, composta da Alberto Bevilacqua, Roberto Pasanisi, Nguyen Van Hoan e Nasos Vaghenas, non nasconde la contentezza: "Non me l'aspettavo, è un risultato che mi lusinga, soprattutto perché la giuria vanta critici e scrittori di fama internazionale". Cremona è nato a Chioggia e si è laureato in lingua e letteratura cinese a Venezia, otto anni fa. Conosce varie lingue e ha tradotto autori pressoché sconosciuti in Italia, come la poetessa sudafricana Ingrid Jonker, la scrittrice portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen, e un testo sciamanico dal mancese classico.
Tutti libri che nessuna casa editrice ha mai pubblicato, "ma non importa - confessa l'autore -, è un lavoro che faccio per me, traduco per assorbire qualcosa di nuovo. È un modo per ricreare un testo, perché la traduzione letterale è solo un'illusione".
Non è poco per un giovane di trentun anni che non ha nessuna intenzione di smettere di studiare: di recente si è iscritto di nuovo all'università per approfondire il neogreco, molto amato attraverso i testi di Kavafis e Ritsos, e il portoghese.
Le poesie di Cremona sono brevi, epigrammatiche, ricche di immagini fulminanti e palpitazioni vitali. Parlano spesso di diversità, echeggiando i temi della poesia sociale di Brecht e Kunze. Ma molte suggestioni provengono anche dalla Grecia antica: nella sezione Coma profondo della sua ultima raccolta, La pergamena delle mutazioni, i personaggi della mitologia greca sono rivisitati in chiave moderna. Questa sera al Discanto Pub di Sottomarina ci sarà un reading delle poesie di Cremona tratte da Lettere dal mattatoio e La pergamena delle mutazioni. I due libri sono editi dalle Edizioni del Leone, piccola casa editrice di Spinea. I testi saranno accompagnati dalla musica elettronica dei Gund.

Premio Letterario Campagnola, Raccolta dei testi premiati (giugno 2005)
Renzo Cremona di Chioggia (VE)
1° Premio - Sez. B, per "La pergamena delle mutazioni" (Ediz. del Leone)

di Luciano Nanni

La piena libertà del verso segue la singola variazione individuale (e sotto taluni aspetti anche fisiologica) realizzando una poetica disposta su piani consecutivi: certamente la parte gestuale non è esente dall'oggettiva presa di coscienza, ma la diluisce nell'immagine riferita alla purezza del verbo, per cui 'quale la consistenza di questo mondo acqueo' (pag. 54) diviene domanda emblematica che, estesa oltre il luogo personale, unifica coordinate di storia e mito sottratte all'ipoteca temporale.

gerusalemme io non l'ho mai vista
ma dicono che il mio cognome
l'abbia già visitata
quando ancora le mie parole abitavano i boschi.

un filatterio infatti
mi stringe il braccio
in cui stanno delle sacre scritture:
sono il luogo in cui
è tracciato il percorso dei nostri baci,
la strada delle nostre parole congiunte
in cui risplende
il tuo nome
luminoso.

da "La pergamena delle mutazioni"

III Edizione Premio Letterario Nazionale "Anna Osti" (Costa di Rovigo, RO), 09.10.2005
Verbale relativo a "La Pergamena delle Mutazioni", 1° Premio Poesia Edita

di Luca Rizzatello

Con linguaggio forte, a tratti percussivo come un tamburo tribale, l'Autore affronta l'eterno tema di Eros e Thanatos: entrambi tracciano sulla pergamena della nostra esistenza continue mutazioni.
Nella passione profonda, il corpo dell'Altro diventa parte dell'Immaginario: "anche a luci spente / so decifrare il tuo piede: / è quel passo / che danza / palpitando al centro del mio sangue" (da "Le braci"). L'amore e la poesia sono strumenti musicali per esorcizzare l'angoscia di morte; ecco il sogno del poeta di una Parola che consola e dona bellezza: "Che siano queste le parole / con cui / credetti di avere scoperto / il mistero della primavera che nasce?" (dal testo II della sezione "Esperienze di pre-coma - Storia di Ofelia").

"Discorsi attorno a furore e mito. La poesia di Renzo Cremona"
In occasione del reading "Prufrock spa incontra il poeta Renzo Cremona", 10.03.2006

di Luca Rizzatello

Il furore.

su di un corpo vivo.

che sia sempre leggera la tua mente e non pesi sul tuo corpo che sia sempre leggera e che leggeri mantenga quindi i tuoi piedi, affinché non affondino col loro dolore nel fango e nella sabbia.

[...]

In un saggio del 2002 Mauro Giachetti [1] ha acutamente messo l'accento sulla grecità tanto formale quanto sostanziale della poetica di Renzo Cremona. Tuttavia ritengo sia opportuno integrare tale analisi prendendo in considerazione altri due filoni letterario-filosofici di fondamentale importanza. Mi riferisco ai libri sapienziali veterotestamentari e alla poesia latina neoterica.
Il testo poc'anzi citato, in apertura della silloge Lettere dal Mattatoio (Edizioni del Leone, Venezia 2002), emblematizza con estrema fedeltà una delle rotaie percorse dall'autore nello sviluppo dei suoi ultimi tre lavori (Lettere dal mattatoio - per l'appunto -, La Pergamena delle mutazioni e Cronache dal centro della notte): l'esperienza erotica intesa come conoscenza. Sarebbe un errore, oltre che un vero peccato, confondere il concetto di leggerezza con il concetto di superficialità. Questa differenza emerge tanto nei versi del Qohèlet (‘o vanità immensa: tutto è vanità' [2]) quanto in quelli di Catullo (‘Vivamus, mea Lesbia, atque amemus' [3]). Il punto è che le porte del cielo non si possono raggiungere se non attraverso l'esperienza, nella ricerca di un altrove che a seconda delle contingenze è sentito come una necessità (Il viaggio. Sono stato spesso altrove/ per non essere/ qui/ dentro.//) o come una evenienza da scacciare in tutti i modi (Breve discorso sui fiori. È perché hanno sempre visto il telo di plastica di una/ serra/ che i fiori che ammiri sono così belli/ e/ hanno un profumo tanto delicato./ Altrove non sarebbero sopravvissuti.//). Con ogni probabilità questo dissidio è determinato dalla consapevolezza del fatto per cui possa esistere una terza variabile, quella del non ritorno (manicomio. cercando una strada trovò quella/ che portava/ dentro di sé./ venne un giorno e non riuscì più a tornare.//). Ma soltanto in seguito a una meditazione che prenda in considerazione ogni eventualità è possibile compilare un taccuino zeppo di appunti di vita che si possa configurare di volta in volta nelle forme di un quadretto allegorico (Formiche. Strato su strato/ briciola su briciola/ costruendo/ ci si barrica contro la paura di una nuova alba./ Un solo piede/ e finisce tutto.//; ma anche: Lezione d'asilo. Quante cose insegna il brutto anatroccolo diventando/ finalmente un cigno./ C'è da chiedersi quante ne avrebbe insegnate/ se fosse rimasto quello che era.//), di una essenziale sequenza di consigli per l'uso - per non dire di Proverbi - (Arredamento. Perché la cassetta delle lettere non gridi di solitudine/ incollare francobolli: qualcuno prima o poi occuperà quell'angolo/ vuoto./ Perché gli orecchi non abbiano a patirne i richiami/ spegnere la mente: prima o poi qualche rumore riempirà l'aria./ Perché lo stomaco non debba sopportare una digestione nulla/ riempirlo di attese: uno stimolo, da qualche parte, verrà metabolizzato/ e reso vita./ Per non cadere preda del passato/ distogliere lo sguardo dalla memoria, lo specchietto retrovisivo,/ già un fossato sul ciglio della strada è in agguato.//), di una carta per seguire i percorsi già segnati (sogno di una notte di metà autunno. […] riconosco le linee tracciate sulla carta: sono le rotte di navigazione/ sommerse dai naufragi. […]) o per tratteggiarne di nuovi, seppure nella tragica scoperta della loro inservibilità (memorie di un cartografo in carcere. per poter trovare la strada/ tra gli anditi e le penombre di questa prigione/ tutta la vita ho atteso alla mappa che ho tra le mani./ terminarla mi è costato gli occhi/ ed ora che le mie dita seguono le sue linee appannate/ ecco che/ è entrato uno spiffero e/ mi ritrovo a brancolare nel buio. con la mappa muta/ e una lanterna/ spenta.// [4]). Un'inservibilità tutta terrestre che funge da sostrato per sviluppare una riflessione pertinente a un altro ordine di realtà, poco importa se sovraumano o subumano (Capodanno. Intrattenere conversazioni con i vicini./ Cogliere/ nella parola il nulla nascosto./ Intrattenere conversazioni con la neve./ Cogliere/ nel nulla la parola nascosta.//), se superiore (In un monastero bizantino. […] L'autunno è alle porte,/ lo sento/ dal ricordo che si è fatto più acuto, dalla tua/ immagine/ che torna a trovarmi come un tempo. [5]/ E nel mio sogno vedo/ orme/ di viaggiatori medievali/ in cammino verso le frontiere del sole,/ nell'allucinazione indistinta del dormiveglia/ intravvedo/ forse/ me stesso/ tra le righe di un manoscritto/ in mezzo all'inchiostro delle mani e nella follia dei/ miei giorni/ navigare alla deriva/ nelle geografie dell'estasi.//) o infero (cronaca dal margine di un'insolazione. […] lente e fugaci/ misteriose e buie/ come segni incisi in epigrafi etrusche, attendendo il momento/ dell'incontro/ confondono l'espressione di una certezza alle parole,/ il senso della notte al giorno in arrivo,/ il profilo vago ed instabile di un sogno che sfugge/ nel buio/ che precede/ una caduta.//).

Posta in questi termini la questione sembrerebbe condurre ancora una volta alla conclusione per cui qualunque sia il grado di esistenza in cui si sia immersi, qualunque sia la natura in cui esso si manifesti, non possa essere consentita la conoscenza dell'altro da sé. O meglio, un contatto con l'altro da sé può avvenire, ma soltanto di riflesso. E le manifestazioni sono tra le più svariate: immagini distanti nel tempo e nello spazio (Bisanzio. […] Quasi sempre è un corridoio,/ e succede di vedere/ la luce di un televisore acceso altrove/ che illumina immagini di qualcosa che io non sono più,/ in una stanza che non riesco a raggiungere, per quanto/ continui a camminare,/ dove si pronunciano parola/ che io/ non/ conosco.//), interferenze indistinguibili (persefone. […] accendo la radio,/ ma le frequenze/ rimandano solo l'eco/ di quello che è stato per me/ il tuo nome […]), chiamate senza risposta (solo una serie di telefonate ad un'amica, quella notte stessa. quattro, cinque, sei telefonate una di seguito all'altra alle quali l'amica non sarebbe mai riuscita a rispondere, per il semplice fatto che aveva il cellulare spento. […]), pareti impenetrabili ([…] solo che quella di là è una stanza insonorizzata in cui non passa nemmeno la fessura di una sillaba o di un rumore. e in quella stanza, assolutamente isolata da tutto il resto - anche se in che cosa consista questo resto non si sa ancora di preciso – c'è sempre qualcuno che aspetta, ed è lui. aspetta che bussino, questo deve fare. nient'altro. e rimane pazientemente all'ascolto, solo che non sa di non poter sentire nulla. […]).

E invece no. Perché da questa premessa - oggettivamente sconfortante - è possibile trarre la conclusione che l'esperienza erotica - esperienza soggettiva ma che non può fare a meno di un interlocutore - possa salvare dall'annichilimento e permettere il sondaggio dei territori dell'oltre, attraverso un contatto diretto, questa volta. Si tratta di una modalità di conoscenza che si origina dall'osservazione creativa dell'io; con ciò si intende il ruolo portante svolto dall'idea ricorrente della metamorfosi. Un atto che prendendo le mosse dalla negazione dell'antropocentrismo (Sull'antropocentrismo. “L'essere umano - sosteneva – è dotato di sentimenti,/ un cane no.”/ Come se fosse un merito averne./ Il cancro si è premurato di farlo abitare sotto terra,/ dove ora sta/ senza alcun sentimento./ Proprio come un cane.//; ma anche: Nuovi discorsi sull'antropocentrismo. “Numerosi esperimenti dimostrano che,/ essendo del tutto assente/ nell'animale - o bestia che dir si voglia -/ l'intelligenza, esso procede per associazioni.”/ Queste le parole dell'insegnante di liceo X,/ abituata solo tra uomo e intelligenza/ a fare/ associazione.//) prosegue il suo percorso evolutivo in una trasformazione dei connotati tanto fisici (ho messo radici. non mi potrai più strappare/ e/ lasciare appassire dentro una/ tasca.//; ma anche: zona d'ombra. […] perché sento radici che non conosco stringermi a terra […]) quanto psichici (zona d'ombra. […] tra il brulicame dei pensieri impazziti/ che schizzano via e si snocciolano come acini […] [6]) per approdare a una vera e propria incarnazione del nome/segnicità del corpo ( spalancai la bocca/ per respirare il cielo./ ingoiai invece pioggia e fango./ vomitai una parola mal pronunciata e vidi:/ quella parola/ ero io.//) [7]. E l'interlocutore a cui si faceva riferimento diventa parte attiva di questo processo di mutazione globale, nel ruolo di destinatario privilegiato (lo schiavo bianco. bello/ come il sole sei,/ amante mio,/ come le rocce di un promontorio scosceso, come/ una pianta che cresce aspra nel deserto/ in una sete incontenibile/ di/ luce.//) o forse di autore (rituali. hai le labbra confinanti con la mia sete/ e per bocca/ un enigma/ circoscritto da boschi selvatici./ vivendoti accanto/ radici mi sono cresciute sotto i talloni/ che ora abbracciano le tue/ e ho come la sensazione di sentire pronunciare il tuo sangue/ nelle mie vene. […]) della contaminazione. Il passo successivo è quello della fusione, ma parlare di fusione di due individui sarebbe riduttivo, oltre che lontano dai fatti: si tratta di due trasfigurati (bracconieri. il mio laccio ti stringe/ e finalmente/ invado le tue labbra,/ conficcato dentro di te/ come un rullo di tamburi/ ecco che io/ mi mescolo alla tua terra/ come fa il fango con l'acqua,/ io sono il nemico che tatua la tua pelle/ il tuo odore è il mio odore,/ il mio fuoco è il tuo fuoco,/ stretto e vivo attorno al senso del tuo corpo/ che mastico/ mordo/ tengo/ ho.// ma anche: hai il capo percorso da cespugli/ e le mani da/ foreste,/ e la tua bocca/ conosce il linguaggio degli alberi./ lo capisco dal tuo corpo nudo/ che respira fondo/ l'amplesso con le mie radici,/ lo sento da questo sangue/ che nella notte percorre la tua pelle/ sconfinata.//) che gradualmente diventano un solo trasfigurato. Diventano una parola. (se il tuo corpo riesco ad impararlo/ a memoria,/ mi chiedi?/ hai una lettera che tengo tra i denti/ ed una/ che mordo coi piedi:/ in mezzo sto io/ e ti recito a memoria./ tutto il mio corpo/ in un colpo/ ripete il tuo nome.//). Ma non bisogna mai scordare che l'eros è furore. Alfonso Traina [8] fa notare che “la passione è distruttrice dell'ordine, è la rivalsa del privato sul politico, dell'individuale sul sociale, del principio di piacere sul principio di realtà. Impegnando la totalità dell'essere, rovescia la gerarchia dei valori”. Secondo il sociologo francese Emile Durkheim il principio ordinatore della società e delle coscienze è da ricercarsi nel sacro: scorrendo i testi, quasi a confermare empiricamente l'inferenza, si percepisce l'emergere straripante di un erotismo impregnato di sacralità. E lo sviluppo di questo connubio si gioca ancora una volta su differenti livelli. Ad un primo livello formale si scoprono assonanze con il Cantico dei cantici, nell'incessante lode della bellezza di chi si ama e del piacere che deriva dall'oscillazione tra lontananza e incontro (il già citato lo schiavo bianco; ma anche: del rosmarino hai l'odore,/ e sulle labbra/ porti racconti/ di ciliegie selvatiche/ e di amarene./ è un lungo filare di viti la notte/ ed ogni ora è una vendemmia/ in cui i miei piedi/ affondano nel tuo petto/ e io/ pigio il tuo corpo.//). Ma il sacro per essere riconosciuto come tale ha bisogno di un linguaggio in cui venire fissato (gerusalemme io non l'ho mai vista […] un filatterio infatti/ mi stringe il braccio/ in cui stanno delle sacre scritture:/ sono il luogo in cui/ è tracciato il percorso dei nostri baci,/ la strada delle nostre parole congiunte/ in cui risplende/ il tuo nome/ luminoso.//), patrimonio esclusivo dei membri che ne beneficiano (vangelo apocrifo. […] beato colui che incide il tuo labbro,/ colui che conosce il senso dei riti segreti/ che si celebrano/ ai confini/ della tua/ bocca.//; ma anche: […] e mi ardono nelle vene/ le tue parole insepolte,/ accese come braci antiche e/ piantate in forma di chiodi infetti,/ come/ nomi/ che si pronunciano nelle tenebre/ in liturgie sconosciute.//), ha bisogno di un luogo in cui venire coltivato (lasciami/ violare/ il sacro suolo/ del/ tuo/ territorio,/ lasciami/ entrare,/ lascia/ che le mie parole/ pronuncino/ il tuo nome.//; ma anche: sacro sei/ e non puoi essere toccato con mano./ solo le mie parole timidamente/ possono lambirti i confini/ e ne fanno un promontorio/ gettato sul mare in tempesta. […]) e ha bisogno di elementi da condividere (oggi bevi, amante mio,/ e compiamo insieme/ questo/ rito,/ il rito del nuovo giorno che arriva,/ il rito delle nostre mani che s'incontrano./ che io sia per te sconosciuto,/ che tu sia per me sconosciuto/ che per la prima volta/ vede/ l'altro.//; ma anche: come preda/ vinta dalla sabbia e dal vento/ come fiamma di fuoco rosso o/ vino di resine e mirto/ in pasto/ io ti do/ alla mia bocca,/ in pasto/ tu mi dai/ alle tue labbra.//).

che sia sempre leggera la tua mente
e non pesi sul tuo corpo

Così si legge nell'Antico Testamento:

I tuoi seni sono come due caprioli,
gemelli di gazzella,
che pascolano fra i gigli. [9]

E così nel Canto 84 di Catullo:

Hoc misso in Syriam requierant omnibus aures;
audibant eadem haec leniter et leviter,
nec sibi postilla metuebant talia verba.

(Fu inviato in Siria; le orecchie riposarono/ riudirono parole lisce e lievi/ senza temere più le voci orrende [10]).

Il mito

“I miti insegnano che se guardi dentro di te puoi iniziare a recepire il messaggio dei simboli” [11]

Se c'è un leitmotiv che attraversa tutta l'opera di Renzo Cremona, questo è senza dubbio il mito. Ovvero l'altra rotaia percorsa.
Non è un caso che la prima poesia della prima raccolta - Foreste sensoriali (Edizioni del Leone, Venezia 1993) - sia intitolata Il volo di Icaro (A sera siedo qui./ Osservo il cielo e disegno/ le nuvole/ stanchi rigonfiamenti d'aria./ Le mie mani ricolme d'argento./ Cerco un modo per raggiungere il sole, ma/ la distanza è incolmabile./ Volo d'Icaro,/ turbinio di polvere d'oro.//) e ad essa segua, a breve distanza, un componimento che ha come titolo Narciso (Immobili/ si dileguano trasparenze d'argento./ Muoversi d'acqua. Il fondo/ non lo vedo più./ Confondo i tuoi segni. Espansione/ d'estasi. Non distinguo più i nostri confini.//). La matrice classica - indiscutibilmente preponderante - è tuttavia solo una delle molteplici facce che ci si presentano davanti: le narrazioni infatti possono germinare da episodi storici (Africa. “E' vero - dice la cartolina -/ che la realtà vince di mille volte un'idea./ Ma occhi e narici mi avvertono che/ anche un'idea/ a modo suo/ vince./ E che nel confronto questo deserto non è diventato che uno/ scatolone/ di sabbia.”//), reminiscenze scritturali (Vangelo apocrifo. dopo di che incisi il tuo labbro e/ vi raccontai/ lentamente/ il mio/ nome. […] [12]) e suggestioni oniriche (la piscina. se ci penso/ temo di sognarlo/ se lo sogno/ temo di nuotarci./ ogni volta al sorgere del sole notturno/ ecco i rami che arrivano/ e/ sogno di nuotare in una grande piscina./ e i miei piedi lo capiscono: c'è solo la superficie/ ma/ manca il fondo.//)
Il legame tra mitopoiesi e onirismo diventa sempre più stretto, addirittura inscindibile [13]. Le motivazioni possono essere sia d'ordine psicologico - prendendo la fisionomia di una coazione a ripetere come nel caso della poesia dimensione degli specchi - (tanto li ho attesi, nonostante la sabbia e il silenzio, che ora/ sono qui davanti a me,/ cresciuti su di una terra dove non pensavo potesse più/ nascere erba./ e non sono né sogni/ né realtà, ma solo ombre di luce e/ messaggi perduti. sono/ i pensieri escoriati e le/ lettere mai giunte a destinazione in cui le mie dita/ affondano/ consapevoli di lacerare il presente, luoghi in cui/ danzano mani/ che non mi hanno mai accarezzato, pensieri e corpi/ che ho sempre rincorso e/ non ci sono mai stati mentre io,/ disteso sull'equinozio, all'incrocio dei miei e dei tuoi sensi,/ guardo/ questo mondo d'acqua e di/ liquide immagini/ dove giace, come sul fondo di un lago,/ una casa/ abitata da barche naufragate o/ da occhi di bambole cadute in un coma profondo,/ come sulla soglia di un volto graffiato/ dal passato che prende lentamente forma/ e di cui non riesco a decifrare i contorni.//) che d'ordine estetico (delle metamorfosi e d'altro. in valli disabitate/ s'inerpicava/ il tuo ricordo, ma venne la notte/ e la mia memoria oscillante/ tu la estirpasti/ quel giorno in cui il buio/ ti sbarrò il passo.//; ma anche: Il fondaco. Eppure, anche verso le prime luci dell'alba/ non era nebbia/ quella davanti a noi./ Erano gli occhi/ che/ ci erano stati bendati.//).
La sezione Esperienze di pre-coma: storia di Ofelia/Coma profondo, presente nella raccolta La pergamena delle mutazioni è la summa di quanto detto sin ora. Nello svolgersi di diciassette componimenti vengono presentati sedici personaggi [14] attraverso l'utilizzo del metodo mitico. Ma non si tratta qui della sterile applicazione di una tecnica ormai collaudata, in quanto le chiavi di lettura sono disseminate su diversi livelli. Occorre pertanto andare con ordine. Ofelia - il primo personaggio presentato (anche se sarebbe più corretto dire che si presenta, in quanto ognuno di essi si racconta attraverso un monologo) - in controtendenza rispetto agli altri, non appartiene al mito di ascendenza classica. La spiegazione è di carattere strutturale ma anche concettuale. Concepito come una spirale verso l'inferno (Tiresia), solo un dramma moderno può fungere da anticamera per drammi antichi. Si badi, gli attributi moderno e antico hanno qui una connotazione solo marginalmente cronologica. Si tratta piuttosto delle vestigia di miti che a livello profondo non hanno età, in quanto espressione della coscienza degli uomini svincolata da una posizione nel tempo. L'eterogeneità dei materiali impiegati per la costruzione delle storie è legata a doppio filo alla modalità di concepimento dell'inferno. Tante le storie, tanti gli inferni. Tante le storie, e nessuna di essa che sia privilegiata o svantaggiata [15] rispetto alle altre, come a dire che non esiste un disegno provvidenziale entro cui iscriverle e tanto meno un controllore super partes.
Tre sono gli elementi che accomunano tutti i protagonisti nella loro sventura: la perdita della luce, la perdita della voce e la perdita del sonno.

La luce.

Consideriamo le ricorrenze: il termine notte compare 15 volte, buio 5 volte, tenebre 2 volte. È ancora più significativo il fatto che per 4 volte ricorrano termini appartenenti alla sfera della cecità: in chiusa in questo labirinto di disinfettante e ([…] lasciandomi agli occhi persino le bende […]; ma anche: […] nemmeno lei vuole più una sacerdotessa cieca […]), in mi fa compagnia la luce azzurrina ([…] da molto prima che mio padre si accecasse […]), in achille ([…] e gli occhi colmi di buio […]; ma anche: […] lo accieco […]), in ecuba ([…] scrutano con occhi vuoti […]). Questo significa che il buio è inteso come uno stato d'animo, come un qualcosa che originariamente esterno ai personaggi si è, più o meno rapidamente, radicato al loro interno. Alcuni di essi lo considerano come un vero e proprio status (cerbero. eccomi, io sono la notte. […]) o come una condizione irreparabile (euridice. non interrogarti sull'altezza dei grattacieli/ perché ti perdi nelle parole del mattino,/ orfeo,/ in quella luce più buia/ delle mie tenebre. […]), altri cercano di trovare una soluzione, per quanto disperata (penelope. […] ecco perché da allora trascorro notti inesausta/ cercando di capire quale destino io debba leggere […]; ma anche: clitemnestra. […] ancora Ifigenia che la notte batte alle finestre/ e di netto ti mozzo le mani,/ di serpi circondo le tue dita/ cinte di spine.), altri ancora fanno coesistere in sé entrambi i ruoli (atena. notte mi chiamano e/ sono colei che è buia./ per lungo tempo credetti avessero spento le luci/ e a tentoni ho misurato la stanza./ poi/ un giorno giunsi al fondo, ma invano: mancava/ l'interruttore./ così da allora/ per inventarne uno/ racconto solo storie menomate,/ corridoi isterici nel dormiveglia,/ mani che si aggrappano/ nel buio.//). Ma si tratta anche di una oscurità che porta alla perdizione, al disorientamento perenne: la già citata atena, che a tentoni misura la stanza; crisotemi, che diventa un sasso gettato nel fondo buio di un'icona; orfeo, che costruisce a ritroso la luna riversa e una mappa di stelle, nella deriva in cui è caduto; ifigenia, impigliata nelle reti come in una trappola per topi; antigone, conscia che non c'è più verso di tornare indietro. Ma soprattutto tiresia, che arriva a chiedersi se questo camminare non abbia davvero alcun senso.
È il mito che, impossibilitato a dare le risposte per le quali è stato creato, si vede costretto a interrogare sé stesso. Senza risposta.

La voce.

L'ambiguità - caratteristica irrinunciabile per la formazione di un mito - si manifesta qui in un apparente paradosso riguardante l'uso che i personaggi fanno della propria voce. Se per un verso sono proprio loro a intessere i fili delle narrazioni attraverso una pronuncia maniacalmente lucida ed esatta (chiusa in questo labirinto di disinfettante e anestesie sono io, ifigenia,/ lasciata menomata sulla spiaggia/ a fare da dimora ai grilli e alle bisce./ a vedere i clown disse che mi portava. eppure/ calcante mi strappò/ la bambola di mano/ e prese fra le dita i ferri chirurgici./ ma non finirono quello che avevano cominciato/ e al primo alito di vento le navi salparono/ lasciandomi agli occhi persino le bende. […]), dall'altro una delle difficoltà che maggiormente emerge dai loro discorsi è l'incapacità di comunicare correttamente. Le manifestazioni di tale disfunzione si possono posizionare entro una sequenza progressiva: atena può raccontare storie, ma solo menomate; orfeo balbetta ossessivamente il nome di euridice; la sintassi di aracne si sbreccia in gesti inconsulti; la paralisi di ifigenia le impedisce di spiegare; l' alfabeto di crisotemi smette di essere usato, rendendola di fatto muta senza rimedio. Di contro, quando la comunicazione è possibile, essa sembra essere inevitabilmente portatrice di dolore: un dolore puramente fisico (clitemnestra. […] ma ho un tizzone ardente, sulla lingua/ che ti cerca nei tuoi passi deragliati/ e un ricordo che basterà ad ucciderti […]), un dolore psicofisico - quello della lontananza forzata - (euridice. […] perché ti perdi nelle parole del mattino […] e ritorni all'orrore dei tuoi giorni,/ a brancolare nella caligine dorata e indistinta dei vivi […]), fino ad arrivare a un dolore di ordine cosmico (cassandra. […] così ho cominciato a dire le menzogne più cupe,/ le assurdità più ridicole,/ mi sono messa a inventare/ disgrazie inverosimili, così,/ per gioco./ tanto valeva delirare fino all'estremo, a questo punto,/ e ho detto che il carro del sole/ non sarebbe più sorto. […] ma c'è una cosa che mi getta nel dubbio: che oggi/ tutti hanno preso a camminare/ chini sul marciapiede e arrancando/ cercano di indovinarne i confini./ dovunque/ si accendono lampioni in pieno giorno,/ si bloccano gli ascensori,/ si guardano gli orologi:/ sono anni ormai che è notte.//).

Il sonno.

L'intera sezione è pervasa da un senso di fluttuazione, di oscillazione tra il polo del sogno e quello della morte. La differenza tra i due termini è qui da intendersi soltanto da un punto di vista quantitativo: infatti come il sogno non conforta, la morte non spaventa. Ma è soprattutto nella gradazione dei grigi che si scoprono le ragioni dei personaggi. La parola sogno compare per due volte, e non a caso all'interno dei componimenti iniziali; era fatto di sogni/ il ponte su cui passarono i miei piedi/ senza saperlo, si legge in ofelia. Una transizione che si conclude in persefone, con le unghie di un sogno/ rimasto sepolto/ sotto le ceneri/ del buio . Da qui prende avvio tutta una serie di considerazioni su cosa sia effettivamente ciò che viene chiamato genericamente sonno, e interessa dire che sono gli stessi protagonisti a porsi il problema della sua natura. C'è chi non riesce a distinguere la fase di sonno da quella di veglia (persefone. il ronzio del televisore mi tiene sveglia./ o forse dormivo? […]; ma anche: aracne. pensavo di essere sveglia, ma passano i pompieri/ e apro gli occhi/ di soprassalto. […], chi sfrutta lo stato d'insonnia - seppur imposto - per tentare di riscattare la propria esistenza (penelope. ecco perché da allora trascorro le notti inesausta/ cercando di capire quale destino io debba leggere,/ quale sia il filo da bruciare,/ in che direzione i miei piedi possano procedere./ ecco perché da secoli/ continuo a/ tessere e disfare/ la tela.//), e chi, terrorizzato dall'idea di addormentarsi, mette in atto una soluzione drastica verso di sé (mi fa compagnia la luce azzurrina […] riportatemi dentro, non voglio più stare qua./ potete pure buttare la chiave,/ tanto i vermi/ tra poco/ mi corrodono il sonno./ stacco la fleboclisi,/ via il respiratore,/ con un punto esclamativo/ termino/ l'assedio delle mie subordinate.//) o verso gli altri (achille. […] ma questa notte niente più sonniferi, niente più/ nebbia./ della sua banda il figlio di priamo l'ho lasciato per/ ultimo. e/ questa notte/ lo seguo,/ lo branco,/ lo accieco,/ gli trafiggo il futuro in un giro di mura.//).

Un'ultima osservazione. Ecuba, l'ultimo dei personaggi che si incontra, è l'unica a possedere le tre caratteristiche di cui gli altri sono stati privati. Infatti la sua parola offende (sono una collana di mine accese sulla tua bocca/ e di rasoi che ti cancellano le labbra), non teme il sonno, anzi lo invoca (così mi hanno svegliata per l'autopsia; ma anche: le piaghe da decubito mi impediscono di riposare) e vive in un ambiente luminoso (la luce del pomeriggio entra attraverso le tapparelle). Eppure tra le tante tragedie la sua è la più tragica.

Conclusioni

Partendo dalla considerazione per cui la poesia erotica sia da intendersi come una forma di conoscenza, il passo successivo della riflessione è stato quello di individuare nei concetti di metamorfosi e di sacro due elementi che possono rispettivamente permettere un contatto con l'altro da sé e dare ordine a una condizione che per sua natura lo sovverte. Una modalità di conoscenza di questo tipo implica la costruzione di un linguaggio e di un immaginario comune, di una precisa ritualità e di un corredo significante di non detti. In altre parole, di una mitologia privata che va formandosi poco per volta, che connota le cose a seconda delle necessità.
Trattando il tema del mito, si è messo l'accento sulla varietà di elementi che possono essere utilizzati per costruirlo e sull'importanza svolta dall'onirismo nella mitopoiesi. Dall'analisi dei protagonisti delle narrazioni mitiche è emerso che a una ricchezza di caratteri corrisponde una tutto sommato omogeneità a livello profondo, che consiste nel tentativo di dare un senso al non senso della sofferenza. La molteplicità di maschere, la ripetizione quasi ossessiva di parole chiave (notte , buio , silenzio , sogno , sonno ecc.) fungerebbe da esorcismo, da strumento di controllo di ciò che viene nominato. In questo modo il mito viene riportato alla dimensione della vita, e quindi della conoscenza.

note

1 Mauro Giachetti, " Le poesie ‘greche' di Renzo Cremona "
2 Qohèlet , I,2
3 Catullo, canto 5 , v. 1.
4 E' interessante notare come il verbo appannare ritorni in un altra poesia, e ancora una volta riferito alla sfera semantica della cartografia (Bisanzio. [...] mentre scruto carte/ e diari di bordo/ per trovare una rotta qualsiasi in una geografia appannata.// ).
5 E' forte la vicinanza tematica con Catullo, canto 64, vv. 384-386: Praesentes namque ante domos invisere castas/ heroum et sese mortali hostendere coetu/ caelicolae nondum spreta pietate solebant. (Perchè gli Dei visitarono, un tempo, le pure dimore/ degli eroi, si mostravano alle famiglie degli uomini,/ abituali, quando la fede non era sdegnata.)
6 Che la predilezione per il regno vegetale sia da ricondurre a quel “ E' dotato di sentimenti, [...] come se fosse un merito averne ”?
7 Lo stretto legame tra radici e parola è magistralmente espresso dalla poesia d'apertura della raccolta La pergamena delle mutazioni : poeti. radici eravamo che attingevano luminose/ alle vene della terra,/ fertili campi su cui la balbuzie diventava/ sublime alfabeto. [...].
8 Alfonso Traina, 1982 = Catullo, I Canti.
9 Cantico dei cantici , VI, 5.
10 Catullo, canto 84 , vv. 6-8.
11 J. Campbell 1995 = Il racconto del mito.
12 Forse non si tratta di un caso se appaiato con vangelo apocrifo ci sia il componimento minotauro.
13 “Mito e sogno vengono dallo stesso luogo, vengono da determinate percezioni che devono poi trovare espressione in forma simbolica” (J. Campbell 1995).
14 I personaggi sono: Ofelia, Cerbero, Persefone, Tiresia, Atena, Crisotemi, Orfeo, Euridice, Aracne, Clitemnestra, Ifigenia, Cassandra, Antigone, Achille, Penelope ed Ecuba.
15 Ne è una riprova il fatto che sia Atena, in quanto divinità, che Penelope, in quanto mortale, sono poste sullo stesso piano nel narrare le loro vicende.

I Edizione del Premio Letterario Nazionale “Mario Luzi” (San Cipriano d'Aversa, Caserta) – 25.06.06
Terzo Premio ex-aequo a Renzo Cremona per “La Pergamena delle Mutazioni” Motivazione del Premio

a cura di A. Mastrominico (all'interno della rivista letteraria “Il Tecnologo”, Anno XVI no. 95)

La Poesia sperimentale, la poesia che si inerpica per nuovi sentieri per promuovere sulla tastiera nuova sensazioni va anch'essa premiata, sia per il coraggio del suo autore, sia perché essa riesce ad infondere nell'animo umano dei nuovi effluvi. È proprio ciò che trasmette al lettore la poesia di “La Pergamena delle Mutazioni” di Renzo Cremona di Chioggia (VE), con un buon curriculum vitae alle spalle sia in campo poetico che in quello narrativo.

III Edizione Premio Nazionale di Arti Letterarie "Arte Città Amica" (Torino) - 07.10.06
Chi ha vinto e perché: "La Pergamena delle Mutazioni", 3° Premio Poesia Edita

a cura della Giuria del Premio

In alcune occasioni, in particolare nelle poesie più brevi, riesce a dimensionare una potente limpidezza evocativa, che illumina squarci di emozioni che si irradiano nel pentagramma dei versi.

Corrente Alternata, No. 57 (No. 3 - Anno 2006/2007)

XVII Edizione del Concorso Letterario "Garcia Lorca" (Torino) - 22.10.06
Segnalazione: "La Pergamena delle Mutazioni" di Renzo Cremona


a cura della Giuria del Premio

Linguaggio tellurico, scuote in profondità il nostro sentire; il presente affonda nel passato e nel mito trova il suo humus, valicando la dimensione temporale per attualizzarsi in un messaggio universale.

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